IL GRIGNOLINO: ANTICA ANIMA PIEMONTESE
Giusi Mainardi
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Dalle Berbesine al Grignolino
Le prime fasi dell'avventura
del Grignolino risalgono a tanto tempo fa, all'Anno di Grazia
740, quando era re il longobardo Liutprando.
In quell'epoca i boschi coprivano fittamente le colline del Piemonte
e ampie aree di terreno si stendevano incolte e disabitate.
Liutprando fu un re che in Monferrato lasciò ricordi di
guerra e di pace. Fra i suoi atti munifici, affidò la cura
della Chiesa di S. Evasio di Casale ad un gruppo di Canonici agostiniani
provenienti dall'Abbazia di Vezzolano. I Canonici di S. Evasio
dissodarono i terreni incolti e disboscarono le colline, guadagnando
terreno alle coltivazioni e soprattutto alla vite. Gradualmente
le proprietà della Chiesa di S. Evasio aumentarono per
lasciti e donazioni ed i Canonici divennero rinomati per la competenza
con cui gestivano le loro terre.
Proprio nei loro minuziosi documenti e nelle pergamene di Santo
Stefano di Vercelli, si trova trascritto per la prima volta il
nome delle viti Berbesine. Sono queste le uniche viti nominate
specificamente in quegli antichi atti, le uniche che si raccomanda
di coltivare. Nel 1246 i Canonici davano in affitto quattro staia
di terra gerbida affinchè fossero lavorate e vi fossero
collocate buone piante di viti Berbesine. Pochi anni dopo concedevano
la stessa superficie di terreno, sempre a patto che il terreno
fosse piantato "de bonis vitibus berbexinis". Non esigevano
alcun canone per i primi cinque anni, ma dopo quel periodo avrebbero
richiesto due staia e una mina di vino. Doveva essere del migliore,
quello della prima spremitura e soprattutto doveva essere rigorosamente
prodotto dalle uve Berbesine di quella precisa vigna. Non in qualunque
terra i Canonici incoraggiavano l'impianto di Berbesine. Avevano
in mente zone ben determinate: Luagnano, Leventino, Val Valisenda.
In quegli anni lontani, il prevosto di S. Evasio, Ottobono di
Coniolo, non esitava a fare contratti di permuta per aggiudicarsi
i terreni più adatti alle pregiate Berbesine.
Ma che rapporto intercorre fra queste antiche uve e il nostro
Grignolino? Per individuarlo bisogna attendere l'inizio del 1800.
Fu allora che fra le terre di coltivazione delle Berbesine passò
il conte Gallesio ben noto fra gli esperti di Pomologia. Egli
cominciò l'osservazione del Berbesino alla Fraschetta,
nell'Alessandrino. Ne annotò attentamente le caratteristiche
per ritrovarle poi identiche in un'uva nella zona di Quattordio
che aveva un nome leggermente diverso: il Barbesino.
Gallesio aveva già visto un'uva molto simile anche in un'altra
area e precisamente nell'Astigiano. Qui però era conosciuta
sotto un altro nome ancora, quello di Grignolino. Forse fu il
numero elevato di vinaccioli, che in dialetto si chiamano "grignole",
a fare attribuire questo nome all'uva. Il conte ligure arrivò
a concludere che il Barbesino e il Grignolino erano il medesimo
vitigno.
Gallesio ne esaminò i grappoli sulle colline di Portacomaro
d'Asti ed assaggiò il vino che se ne traeva: "un vino
nero-chiaro sciolto e di forza mediocre che non dà alla
testa ed è diuretico". Riscontrò che era un
vino scelto, di prezzo elevato: "E' in effetti il vino da
tavola di tutte le persone agiate".
Nelle cantine
di una celebre fortezza
La storia del Grignolino passa anche per la celebre fortezza di
Casale, una delle più importanti e contese piazzeforti
d'Europa, simbolo della potenza dei Gonzaga.
E' una poderosa costruzione a pianta stellare, esagonale, con
mura possenti, protette dai fossati alimentati dal Po. Al suo
interno si trovavano le caserme, la santabarbara, i magazzini
di deposito, un ospedale, una cappella ed anche ampie cantine.
Tutte le comunità del Monferrato ogni anno facevano affluire
alle cantine della cittadella varie quantità di vino con
cui pagavano una parte delle tasse imposte dai duchi.
Il 17 maggio 1614 il nuovo "canevaro", Alessandro Gatto,
prese in consegna le cantine della cittadella e del castello ducale.
Durante il suo giro di ricognizione compilò un elenco dettagliato
di tutto quanto si trovava nelle cantine: stadere per il peso
delle uve, canali d'albera per per far scorrere le uve nel torchio,
scalette da cantina, pillie per invassellare il vino, vasselle,
botti, arbii, tine cerchiate in ferro, torchi, ceberi e cebrini.
Non solo vennero annotati strumenti e recipienti, ma anche i vini
conservati nel castello, distinti per colore. Furono registrate
puntigliosamente le quantità di vino claretto, di vino
bianco, di vino nero. Per due vini tuttavia si mostrò una
attenzione particolare e si riportarono con il loro nome specifico:
Grignolino brente sei, Cortese brente sei.
E' significativo il fatto che questi vini non siano stati assimilati
agli altri, ma che siano stati gratificati con una specifica definizione,
con lo stesso nome delle varietà di uva da cui erano prodotti.
Storie di celebri ampelografi e di "vilet"
Sull'onda dei nuovi interessi
per la viticoltura, nel 1872 il Ministro dell'Agricoltura, on.
Castagnola, sostenne l'istituzione di un Comitato Centrale Ampelografico.
Numerose commissioni divise per provincie furono incaricate di
lavorare per compilare una "Ampelografia Italiana".
Una delle prime attività rivolte a questo scopo fu l'organizzazione
ad Alessandria di una grande Esposizione di uve e di vini. Gli
espositori dovevano indicare il vitigno, il territorio, l'annata
del vino, il metodo di vinificazione. L'iniziativa destò
un notevole interesse. Vennero inviati 900 campioni di uve e 437
vini. La maggior parte dei vini provenivano da uve rosse di una
sola qualità (194), seguiti da quelli prodotti con uve
rosse miste (136). Gli altri erano bianchi in purezza (44) o misti
(24), in più c'erano 34 vini da uve "esotiche"
coltivate localmente.
Tra i vini principali si contavano 28 campioni di Grignolino in
purezza e undici di Grignolino vinificato insieme ad altre uve.
Le approfondite ricerche vitivinicole condotte produssero considerevoli
risultati che vennero raccolti nel libro "Ampelografia della
Provincia di Alessandria" dell'agronomo prof. Carlo Leardi
e del prof. PierPaolo Demaria. Studiando sarmenti, gemme, fiori,
foglie, frutto, i due esperti agronomi nel 1875 riconobbero per
vero ciò che aveva già affermato il conte Gallesio
nel 1834. Affermarono infatti che il Grignolino era il vitigno
detto anche "Barbesino, Verbesino, Balestrà, Arlandino,
Girodino, Rossetto". Lo segnalarono come vitigno indigeno
dei colli astigiani e casalesi e scrissero che in ambedue i circondari
era cospicuamente coltivato e considerato come uno dei migliori
vitigni per vini da pasto. Rilevarono che non sempre era vinificato
in purezza, ma che era soggetto alla diffusa abitudine di mescolare
alcune varietà di uve per la vinificazione. In particolare
guadagnava in morbidezza in seguito all'aggiunta di Bonarda, Barbera,
Nebbiolo o Fresia.
Anche per il conte Giuseppe di Rovasenda, uno dei più famosi
e preparati ampelografi a livello europeo, membro della Commissione
Internazionale di Ampelografia, il Berbesino e il Grignolino hanno
la medesima identità. Le varianti riscontrabili talvolta
nelle dimensioni dell'acino, non sono segno di proprietà
dei vitigni, ma dipendono piuttosto della situazione di coltivazione.
Secondo Rovasenda, il Grignolino è un'uva finissima, molto
esigente tuttavia dal punto di vista del terreno. Sulle colline
dell'Astigiano egli nota l'importante presenza di quello che definisce
"Grignolino fino nero", un vitigno particolarmente adatto
alla coltivazione nei terreni calcarei.
La specificità del terreno era un fattore ben noto e ricercato
da chi coltivava il Grignolino. Per questo i viticoltori, per
scegliere le zone di impianto, andavano alla ricerca empirica
di un segno sicuro: la presenza di vilet, le conchiglie fossili
presenti su alcune colline del Piemonte centrale. Questi fossili
indicavano una particolare qualità di terreno, sciolto,
sabbioso. Per il Grignolino si cercavano anche le esposizioni
migliori e si metteva in posizioni privilegiate, di preferenza
nelle zone più soleggiate, in punta ai colli
Le tradizionali terre del Grignolino
Nel maggio 1891 il supplemento
mensile illustrato del Secolo di Milano venne dedicato alla città
di Asti, all'arte, alla storia e all'economia del suo territorio.
"La principale e più cospicua ricchezza del circondario"
fu individuata essenzialmente nella coltivazione della vite, che
forniva "i più reputati e migliori vini del Piemonte
e i più squisiti del regno".
Si sottolineava che proprio in ragione della meritata fama di
"patria del vino", Asti era stata scelta come sede di
una grande Esposizione e Fiera dei vini nazionali.
Proprio in occasione di quella Esposizione, il re Umberto I di
Savoia assaggiò diversi vini, ma si complimentò
particolarmente proprio per la bontà del Grignolino.
Dal supplemento del Secolo di Milano del 1891 è possibile
ricavare molte altre informazioni: riguardano la qualità
dei vini astigiani, il loro mercato, i principali vitigni del
territorio. Si notava che la qualità e la rinomanza erano
tanto alte che molti vini del Piemonte erano venduti sotto il
nome di "vini dell'astigiana". I principali sbocchi
del vino del circondario di Asti erano la Lombardia, l'alto Piemonte,
la Germania e l'America meridionale. Le varietà di vitigni
segnalate come le più diffuse erano Barbera, Grignolino,
Freisa, Nebiolo, Moscato, Brachetto, Dolcetto. Per la tipica produzione
del Grignolino astigiano il supplemento del Corriere indica alcuni
paesi di spicco: Portacomaro, Scurzolengo, Agliano, Montegrosso,
Montaldo, Mongardino, Rocca d'Arazzo. Ma il Grignolino non era
solo pertinenza dell'Astigiano.
All' Esposizione Enologica di Asti parteciparono anche i paesi
del Circondario di Casale rinomati per la produzione di Grignolino:
Alfiano Natta, Cantavenna, Castagnole Monferrato, Castelletto
Merli, Cerrina, Grana, Mombello, Montemagno, Ottiglio, Ponzano,
Rosignano, Sala, S.Maria di Penango, Terruggia.
Secondo uno dei grandi protagonisti del progresso enologico piemontese,
il celebre enologo Arnaldo Strucchi, il Grignolino era il vero
vino superiore da pasto, tipico piemontese, il migliore: di moderata
alcolicità, leggero, sapido, di un bel colore rosso granata
chiaro.
Strucchi segnalava l'Astigiano come sede principale del vitigno,
particolarmente i comuni di Castiglione, Portacomaro, Migliandolo,
Castell'Alfero, Montemarzo, Revigliasco, Antignano, Vaglierano,
Azzano, Vigliano, Mongardino, e inoltre le colline di Castello
d'Annone e della Serra di Quattordio. Strucchi diceva anche della
coltivazione sui colli casalesi, dove pure, a suo avviso, se ne
produceva un vino pregevole, leggero, abboccato, ma di minore
ricchezza alcolica rispetto all'Astigiano.
All'inizio del nostro secolo il Grignolino, unito a Barbera e
Freisa entrava nella composizione di un tipico vino da pasto conosciuto
come "Monferrato": "un bel vino rosso rubino, di
bella schiuma, di ottima vinosità e di garbato profumo,
di sapore fresco e molto vivace per la ricchezza di acidità,
con fondo di austerità piacevole". Così lo
definì all'epoca il dottor Zavattaro, direttore della Sezione
di Viticoltura ed Enologia di Casale. Attualmente a San Giorgio
Monferrato, sono stati ripresi gli stessi principi per la vinificazione
del "Barbesino", ottenuto appunto da uve provenienti
da vigneti doc di Grignolino, Barbera, Freisa.
Scelto, raffinato, ma sempre più raro.
L'inizio del 1900 segna
un momento molto felice nella storia del Grignolino: è
considerato fra i principali vitigni piemontesi. I suoi prezzi
salgono fino ad ottenere le stesse quotazioni del Barolo e del
Barbaresco.
L'autorevole professore Girolamo Molon, docente di Viticoltura
alla Regia Scuola Superiore di Agricoltura di Milano, scrive che
è un'uva preziosa e che il vino che dà, è
fra i migliori del Piemonte: "scelto, leggero, frizzante,
di color granata chiaro."
Negli stessi anni del primo Novecento Pompeo Trentin elogiava
questo vino "apprezzatissimo, leggero, dal colore rubino
chiaro, profumo piacevolissimo del tutto particolare, e gusto
sapido, netto, spesso di un amarognolo assai gradevole."
Nel medesimo tempo tuttavia aggiungeva che si trattava di un vitigno
delicato, la cui produzione si andava limitando e mescolando con
quella del vitigno Barbera per ottenerne un vino più robusto
e più serbevole.
Proprio questa delicatezza fu una delle cause principali della
forte diminuzione della superficie coltivata a Grignolino. "Non
ha la stessa resa quantitativa della Barbera", "E' soggetto
alle malattie", "Richiede molte cure nella vigna e in
cantina", "Se le annate non sono buone il prodotto ottenuto
è irrecuperabile ed inutilizzabile", "E' un vino
difficile da capire". Sono frasi che anche oggi pronunciano
ripetutamente molti vignaioli dell'Astigiano e dell'Alessandrino,
giustificando così la riduzione delle superfici dedicate
a questo vitigno.
Già negli anni 1930, l'emerito professore Giovanni Dalmasso,
una delle più autorevoli voci della scienza vitivinicola
piemontese, lamentava il fatto che andasse diminuendo la produzione
"di questo bel vino fino da pasto" ed il suo rammarico
era tanto maggiore in considerazione del grande merito di quest'uva,
che riteneva "uno dei vitigni più preziosi della nostra
regione".
Nuovi fasti per il Grignolino
La lunga storia, l'importanza
per il patrimonio vitivinicolo piemontese, lo stretto legame con
il territorio astigiano e alessandrino, portano il Grignolino
ad ottenere la Denominazione d'Origine Controllata. Il riconoscimento
ufficiale incoraggia i viticoltori ad incrementare nuovamente
la coltivazione di questo vitigno più difficile, più
delicato, più "da signori" rispetto ad altre
varietà più resistenti e con maggiori rese.
Il disciplinare della DOC riunisce i tradizionali paesi produttori
di Grignolino che si incontrano sparsi in documenti diversi nell'antica
e nella più recente storia di questo vitigno e dell'omonimo
vino.
L'Astigiano e il Casalese sono le due zone geografiche riconosciute
come terre del Grignolino. Queste aree sono contigue e fanno entrambe
parte del Monferrato. Ognuna di esse è legata ad una specifica
denominazione d'origine: "Grignolino d'Asti" e "Grignolino
del Monferrato Casalese". Nelle due denominazioni, ottenute
rispettivamente nel 1973 e nel 1974, il Grignolino è vinificato
in purezza oppure con al massimo un 10% di Freisa. Nel 1997 sono
stati prodotti quindicimila ettolitri di Grignolino d'Asti e novemila
ettolitri di Grignolino del Monferrato Casalese.
Nell'Astigiano i comuni indicati dal disciplinare sono trentacinque,
mentre per il Casalese i comuni riconosciuti dalla DOC sono trentaquattro.
Recentemente è stata riconosciuta anche la più vasta
denominazione Piemonte DOC Grignolino. In questo caso il vino
prevede un 85% di Grignolino e un 15% di uve autorizzate.
Terreni, esposizioni, metodi di coltivazione della vite, cure
di vinificazione danno al Grignolino una personalità molto
particolare.
Se nel 1800 era un vino molto gradito dalla nobiltà e dalla
buona borghesia piemontese, oggi la nuova passione per la qualità,
per la raffinatezza, per la specificità, per la differenziazione,
lo fanno nuovamente oggetto di ricerca da parte dei cultori dell'enogastronomia.
In ambito scientifico il vitigno e il suo vino sono studiati dalla
Facoltà di Agraria di Torino, dal Centro Miglioramento
Genetico della Vite, dai centri sperimentali della Regione Piemonte
e dagli Istituti di Ricerca piemontesi. E' in atto un lavoro di
selezione genetica e sanitaria per arrivare ad ottenere dei cloni
ottimali da proporre per la coltivazione.
Per quanto riguarda la promozione e l'immagine, recentemente è
stato avviato il progetto "I Fasti del Grignolino",
ideato dal gruppo Vino e Comunicazione dell'OICCE con l'alto patrocinio
dell'Accademia di Agricoltura di Torino. E' un progetto integrato
che prevede di riunire storici, ricercatori, vignaioli, vinificatori
e operatori della ristorazione in un obbiettivo comune: restituire
al Grignolino la fama che aveva nel 1800, quando era definito
"spiritoso e leggero, il vino più gentile di tutti".