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di Anna Schneider |
In un’epoca di sviluppo rilevante delle vie di comunicazione attraverso
le Alpi, che si traducono in trafori percorsi da autostrade e da treni ad alta
velocità, si è portati a pensare che gli scambi tra le popolazioni
dei versanti alpini siano un fatto relativamente recente.
In realtà non è così, e anche la viticoltura è testimone
del fatto che nel passato gli abitanti delle vallate dell’arco alpino
avevano fra loro rapporti e contatti persino più frequenti di quelli
con le popolazioni dei territori di piano o pedemontani.
Un esame dell’assortimento delle cultivar di vite originariamente allevate
nell’area alpina occidentale, sui versanti italiano, francese e svizzero,
sembra infatti concordare con questa affermazione.
Una precisazione, tuttavia, è d’obbligo: per varietà “originarie”
non si intendono certo quelle più diffuse attualmente, come nel Vallese
svizzero lo Chasselas, o nelle vallate italiane il Barbera che, introdottovi
qualche decennio or sono, ha finito per colonizzare buona parte dei versanti
ancora vitati.
La viticoltura delle nostre Alpi si fondava originariamente su vitigni minori
oggi quasi sconosciuti, presenti su superfici esigue, o addirittura in via d’abbandono
e prossimi alla scomparsa.
Si tratta di cultivar significative spesso soltanto per l’area alpina,
che i testi del ’700 e dell’800 indicavano come coltivati da tempo
in quegli ambienti.
Nel Ticinese era diffusa la Bondola, in Valle d’Aosta l’Oriou (probabilmente
l’attuale Petit rouge) e il Cornalin, in Valle di Susa l’Avanà
e il Becuet, ma anche la Grisa (ad uva rossa) e il Carcairùn; a Pomaretto,
in Val Chisone, il Neiret, il Bian ver e il Preveiral, in Val Maira la Blancio.
Il recupero e lo studio di questi vitigni hanno dimostrato che molti di essi
si ritrovano anche in altre regioni alpine, su opposti versanti e spesso con
nomi diversi.
La Bundula recuperata in Val d’Ossola corrisponde alla Bondola ticinese,
oggi oggetto di rivalutazione oltralpe.
L’Avanà valsusino è l’Hibou noir dei francesi, una
cultivar che per il grande vigore si allevava in Savoia con forme alte ed espanse.
Il nostro Becuet, un vitigno minore capace di conferire corpo e struttura al
profumato ma più debole Avanà, era coltivato con il nome di Persan
in Savoia, dove i suoi vini a fine ’800 erano rinomati per l’incredibile
longevità.
La Grisa ad uva rossa non è che il Grec rouge, uno dei vitigni più
diffusi in Francia nel Medioevo per uva da mensa, essendo una delle più
belle e decorative.
E che dire del Carcairun cosiddetto ’d Fransa, la base per i rinomati
vini di Chianocco, in Val di Susa, che non è nient’altro che il
Gamay?
E ancora, il Neiret della Valchisone e del Pinerolese, presente in modo consistente
in tutta la fascia pedemontana piemontese, corrisponde allo Chatus d’oltralpe,
ottimo nei suoli acidi, magri e siccitosi, il vero protagonista degli spettacolari
anfiteatri di terrazze vitate dell’Ardèche, entusiasticamente descritti
da eminenti studiosi quali Couderc, Guyot e Puillat.
La Verdesse, quasi scomparsa in Francia ma oggetto di un recente interesse enologico
in Vallese per via della qualità dei suoi vini, alcolici ed equilibrati,
è identica al nostro Bian ver, da cui ci aspettiamo, dunque, promettenti
risultati.
Infine il Preveiral e la Blancio, tra loro identici, corrispondono al Gouais
blanc francese, anch’esso una delle cultivar più coltivate nei
Secoli Bui per la sua rusticità.
Questi esempi dimostrano come i vitigni, a seguito di dominazioni, emigrazioni
o per altre ragioni, abbiano spesso valicato le odierne frontiere alpine in
un senso o nell’altro, diffondendosi su un territorio talora vasto, che
l’abbandono della viticoltura in montagna ha in seguito confinato su esigue
parcelle.
La loro presenza testimonia tuttavia l’esistenza di un pool genetico ben
caratterizzato ed originale, selezionato da secoli di coltura nell’estremo
ambiente montano, una risorsa su cui contare nel difficile percorso di difesa,
tutela e valorizzazione di tutti i territori alpini.