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Presidente dell’Institut National des Appellations d’Origine Contrôlée |
Dall’aprile del 2004, in Francia è in atto un acceso dibattito
sulla riforma dell’Appellation d’Origine Contrôlée
(AOC). In prima linea, ad appoggiare una coraggiosa revisione di una legge emanata
nel 1935, si pone René Renou, presidente dell’INAO (Institut National
des Appellations d’Origine) e del Comitato nazionale Vini ed Acquavite.
Perché si è arrivati a sentire questa esigenza di rinnovamento?
Cosa nel grande ingranaggio delle AOC non è sufficientemente fluido?
Per saperlo, OICCE Times ha salito lo scalone del palazzo parigino dell’Avenue
des Champs Elysées, ad un soffio dall’Arco di Trionfo, dove ha
sede l’INAO e dove ha l’ufficio il suo presidente René Renou.
Su una parete a lato della sua scrivania c’è un grande manifesto
con vigneti terrazzati a picco sul mare.
Lo guardo con la coda dell’occhio, vigne di Banyouls, suppongo, ma non
sono per nulla convinta, guardo ancora e Renou, che ha seguito il mio sguardo,
sorride e dice “Eh oui, ce sont les Cinque Terre! J’aime beaucoup
ça.” Sorrido anch’io di orgoglio “enopatriottico”.
Sono contenta che ci sia uno spicchio d’Italia nell’ufficio del
presidente dell’INAO, insieme alle cartine rappresentanti la Francia e
la dettagliata geografia delle AOC, con le grandi fotografie del Barone Leroy,
precursore del concetto di Appellation e del ministro Joseph Camus, padre della
legge sull’AOC, fondatore dell’INAO nel 1935.
L’INAO è una istituzione pubblica a carattere amministrativo, posta
sotto la tutela del Ministero dell’Agricoltura.
La sua attività si esplica attraverso quattro comitati nazionali: vini
e acquavite (467 AOC), prodotti caseari (47 AOC), prodotti agroalimentari (25
AOC) e IGP (74). La parte del leone spetta al settore vitivinicolo. Nel 2003,
le AOC interessavano 491.000 ettari, il 57% della superficie viticola francese.
Si è verificato un grande incremento se si considera che nel 1974 solo
il 19% della superficie vitata entrava nell’AOC.
Uno studio di Onivins rileva tuttavia un rallentamento delle denominazioni a
partire dal 1997-1998.
Il peso delle AOC è sempre considerevole: 75000 sono le unità
produttive interessate e rappresentano il 54% in volume contro il 23% dell’Italia
e il 38% della Spagna.
Le AOC rappresentano l’82% del valore della produzione viticola, vale
a dire 14 miliardi di euro per i vini e 1,6 miliardi per l’acquavite.
Sono evidentemente cifre di tutto rispetto. Tuttavia l’impero del vino
francese sta subendo un perturbamento e registra una flessione di mercato.
La crisi riguarda sia il consumo interno, sia il valore e il volume delle esportazioni.
Incontriamo quindi il presidente Renou per farci spiegare quali strade sono
percorribili per far uscire il vino francese da una impasse che potrebbe rivelarsi
rischiosa.
Cosa è cambiato nell’immagine e nel mercato del vino francese?
Fino
a 15 anni fa il concetto del vino era totalmente francese. Era con il vino francese
che ci si confrontava, il vino francese era il modello paradigmatico. Oggi la
filiera viticola francese è entrata in una crisi strutturale legata allo
sviluppo della concorrenza internazionale e delle profonde modifiche nel consumo
dei vini, sia sul mercato interno sia su quello dell’esportazione.
Per rispondere all’attacco dei vini del “Nuovo Mondo”, bisogna
tenere conto di due modi di concepire il vino oggi.
I mercati rispondono ormai a due logiche di produzione che seguono un concetto
angloamericano e un concetto francese/europeo fondato su terroir e “saper
fare”.
Oggi il concetto angloamericano ha un grande peso e il vino francese deve rivedere
il codice con cui proporsi.
Per questo è necessaria una riforma ambiziosa e responsabile dell’AOC.
Come va riorganizzata l’offerta in rapporto all’attuale
strutturazione del mercato?
Bisogna immaginare di impostare il nuovo mercato su due grandi gruppi di prodotti:
il primo gruppo comprende i prodotti che appartengono ad un “mercato dell’offerta”,
di alta gamma, che seleziona i suoi clienti, che propone dei prodotti tipizzati
di cui mette in rilievo le specificità; l’altro gruppo è
quello dei prodotti che vengono da un “mercato della domanda”, in
grado di rispondere alle aspettative di qualunque categoria di consumatori,
di qualunque momento di consumo e in grado di evolversi con qualunque moda.
Ad ogni categoria corrispondono delle condizioni di produzione, delle pratiche
enologiche, delle regole di etichettatura appropriate, omogenee e comprese dai
clienti e dagli intermediari. Il primo gruppo è quello legato al terroir
e alla tipicità dell’AOC, il secondo, sul quale si gioca una forte
competizione fra tutti paesi vinicoli, si identifica soprattutto con i Vins
de Pays e i Vins de Table.
All’interno di queste grandi famiglie “dell’offerta”
e “della domanda”, meriterebbe di essere ridefinita una gerarchizzazione
sulla base di poche e semplici regole: criteri di differenziazione, tracciabilità
garantita, coerenza tra regioni, rigore e trasparenza dei controlli.
Perché si deve affrontare una riforma delle AOC?
Oggi l’AOC non vuol dire più nulla perché al suo interno
si trovano vini grandiosi, vini mediocri, a volte anche vini cattivi. Bisogna
infrangere la legge del silenzio. Si è consolidato un sistema protezionista
dove ad essere innalzati sono i vini non buoni, mentre non sono i vini migliori
a ricevere un particolare e giusto riconoscimento. Bisogna spazzare via l’opacità,
riconoscere i migliori individualmente e collettivamente e fare in modo di cancellare
i cattivi.
Quali sono i criteri di questa revisione?
Questa riforma si articolerebbe intorno a tre grandi principi: la riscrittura
di tutti i decreti delle denominazioni, la scelta fra AOC e AOCE, un dispositivo
rigoroso di controlli.
Un aspetto fondamentale sarà la creazione della AOCE: Appellation d’Origine
Contrôlée d’Excellence. Questa si ispira anche ad altri sistemi
in vigore dove esistono due categorie di denominazioni, come avviene ad esempio
in Italia e in Spagna, che sono i principali esportatori di vino europeo.
Cosa distingue una AOCE da una AOC?
Nella nuova visione l’AOCE sarebbe la nuova categoria che rimanda ad un
posizionamento affermato di terroir, tradizione ed esigenza. Le regole per l’accesso
sarebbero molto rigorose. Sarebbero necessari l’impegno e l’adesione
di almeno il 75% dei viticoltori presenti in una Appellation per richiedere
l’accesso a questa categoria.
La categoria già esistente dell’AOC, corrisponderebbe invece ad
un posizionamento più flessibile, in risposta ad una domanda di modernità
in termini di pratiche enologiche e di etichettatura. All’interno di questa
categoria, certi siti, particolarmente reputati grazie al livello di rigorosità
che si sono imposti i produttori, potrebbero beneficiare della nuova menzione
STE, Sites et Terroirs d’Excellence.
Ci saranno allora denominazioni di serie A e di serie B?
AOC e AOCE rispondono a una logica economica diversa.
In questa nuova classificazione non interviene alcun livello gerarchico; sono
le logiche economiche collettive dei viticoltori e la diversità delle
attese dei mercati a guidare questi principi di segmentazione.
Con l’AOCE e le sue regole molto restrittive si mette in rilievo una fascia
che non dovrebbe rappresentare più del 25% delle AOC. Più spazio
libero ci sarà invece per le AOC, sulla base del codice di lettura angloamericana
che richiede vini facili da bere, prezzi abbordabili, informazioni semplici
riguardanti colore, vitigno, gusto e non discorsi complessi su terroir, tradizioni
e savoir faire.
La legge per le AOC potrebbe essere meno severa in merito alle pratiche enologiche
moderne e in materia di etichettatura, con il permesso di indicare il vitigno
ad esempio, informazione molto gradita ad un consumatore di tipo angloamericano.
DIETRO LE QUINTE...
Quando è nato il suo interesse per il mondo enologico?
Da molto tempo, fin da bambino, quando camminavo con mio padre nella nostra
proprietà vitivinicola in Anjou. Dopo la Laurea in Legge mi sono sempre
interessato ai problemi del mondo del vino e nel 1979 sono diventato io stesso
produttore, continuando l’attività dell’azienda di famiglia
a Thouarcé, nall’area della AOC Bonnezeaux.
Quale vino ricorda con piacere particolare?
Un Romanée-Conti che mi offerse molti anni fa un piccolissimo produttore.
Ma molti vini mi hanno lasciato tanti ricordi, perché il vino non è
semplicemente “vino”, è un ambiente, è una cultura,
è la mano del produttore. È molto importante la parte emozionale
quando si beve.
È l’emozione soggettiva che completa la qualità oggettiva
di un vino.