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di Moreno Soster
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Siamo nell’anno 1100 quando Martino, il coppiere di Giovanni Defuk, lascia
il suo triplice apprezzamento vicino alla porta dell’osteria di Montefiascone.
In quel momento dà inizio al riconoscimento di uno dei vini italiani
di più antica produzione, l’Est Est Est, e del suo territorio,
la Tuscia viterbese. Un’area vitivinicola, schiacciata tra i vigneti che
circondano Roma (Frascati, Marino, Castelli Romani) e le terre dell’Orvieto,
che oggi sta ritrovando con forza una propria identità enologica perseguendo
la difficile strada della qualità e del recupero delle sue vocazionalità
ambientali - le sapide rive di laghi vulcanici - e delle proprie peculiarità
ampelografiche fatte di trebbiani e malvasie, ma anche di grechetto, di roscetto
e del prezioso aleatico di Gradoli.
In occasione del recente convegno organizzato a Viterbo sull’etichettatura
dei vini, a cui l’OICCE ha assicurato la propria collaborazione, sono
stato invitato a concludere l’incontro cercando di coglierne gli elementi
più interessanti.
Tra questi mi è sembrato necessario sottolineare il mio stupore per come
i relatori, di discipline diverse e chiamati a relazionare su un tema comune
- l’etichetta, nel nostro caso specifico - abbiano affrontato il loro
discorso con una visione inevitabilmente specialistica per poi, nel corso della
riunione, cominciare ad interagire e a rimandarsi l’un l’altro riferimenti
a particolari aspetti del tema, specialistici ma strettamente correlati tra
loro.
Alla fine il partecipante “spettatore” ne ha ottenuta una combinazione
di informazioni decisamente più complessa e completa di quella che ognuno
dei relatori, in partenza, sarebbe stato in grado di fornirgli.
Un gioco di squadra inatteso che ha arricchito tutti quanti, relatori e partecipanti
al convegno.
Questa dinamica, vissuta e percepita nel convegno, era in realtà la metafora
di quanto sta avvenendo a livello di territorio vitivinicolo locale.
L’azione condotta dalla Camera di Commercio, per fornire nuovi stimoli
e prospettive al comparto vitivinicolo viterbese, nasce proprio dalla sensibilità
di ricercare e proporre soluzioni che favoriscano il gioco di squadra e integrino
le aspettative economiche delle imprese con i bisogni sociali, ambientali e
culturali del territorio. Ma le aziende vitivinicole producono vino e, soprattutto,
devono venderlo. Certamente non è semplice, in questo momento. Lo è
ancora meno se ognuno pensa per sé.
A Viterbo hanno deciso di avviare la proposta del marchio collettivo, che è
una sfida duplice: esterna, perché consente ad un’intera area produttiva
di presentarsi con una stessa immagine che utilizza elementi simbolici di riconoscimento
di un territorio e della sua cultura (a me, il campo rosso ha ricordato il colore
del tufo e la greca l’omonima cultura mediata da quella etrusca); interna,
perché la sua adozione implica una parziale rinuncia alle aspettative
singole per passare alla consapevolezza della forza del gruppo. Quella di diverse
aziende operanti in un territorio che si uniscono per offrire una gamma complessa
di prodotti, in grado di soddisfare le diverse aspettative enologiche e gastronomiche
del consumatore e di rappresentare un’immagine coesa di produzione, paesaggio
e cultura. Come i relatori del nostro convegno anche le aziende, insieme, possono
offrire qualcosa di più.
E di questo qualcosa in più si è parlato, a convegno ormai concluso,
anche con i rappresentanti del commercio locale i quali hanno sottolineato il
proprio bisogno di un migliore dialogo tra i produttori di vini e la distribuzione.
È emerso che quando un produttore intraprende la strada della qualità
in vigneto e in cantina, dovrebbe perseguirla anche sul fronte commerciale fornendo
un’assistenza al punto vendita attraverso l’illustrazione delle
caratteristiche del vino proposto, dei suoi legami con il territorio e con l’annata,
delle sue migliori condizioni d’uso (a partire da bicchiere e temperatura
di servizio per arrivare agli abbinamenti gastronomici).
D’altro canto l’esercente commerciale, come peraltro il ristoratore,
dovrebbero essere in grado di riferire al produttore le proprie necessità
legate alle strategie del proprio locale ed alle effettive esigenze o preferenze
dei clienti. Infine, ed è il nodo più complesso, insieme dovrebbero
concordare una politica di prezzo che invogli all’acquisto della bottiglia
che, di fatto, è il risultato finale di un lavoro di squadra che deve
essere di reciproca soddisfazione per il produttore, il commerciante e, naturalmente,
il consumatore finale.
Molto tempo è passato dall’apprezzamento di Giovanni Defuk per
i suoi vini, ma questa terra laziale - con lo sguardo sull’Umbria e in
odore di Toscana - continua a lanciare utili stimoli e costruttive provocazioni
per la viticoltura e l’enologia del nostro prossimo futuro.