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di Moreno Soster
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Qualche giorno prima di Natale abbiamo presentato “Il vino piemontese
nell’800”, un volume che raccoglie i contenuti di tre convegni storici
che OICCE ha organizzato nel corso del triennio 2002 - 2004, dedicandoli alla
storia dell’enologia piemontese tra la metà del 1800 e gli inizi
del ’900.
L’atmosfera accogliente e sobriamente elegante delle rinnovate sale dell’Agenzia
di Pollenzo, attuale sede dell’Università di Scienze gastronomiche,
mi ha portato a riflettere sul significato di questa iniziativa della nostra
Associazione.
Perché, secondo noi, è importante conoscere la storia dell’enologia,
cioè delle persone e delle idee che nel passato hanno segnato lo sviluppo
dei vini di oggi?
E questo in un momento storico, nel nostro vivere odierno e quotidiano, dove
è la stessa percezione del tempo che risulta spesso deformata.
Il pensiero economico ci limita il futuro, obbligandoci a ripiegare sul presente,
al last minute, al just in time.
L’informatica ti brucia il presente, obbligandoti continuamente a guardare
al futuro. In tutto questo il passato assume forme e colori sempre meno intriganti:
la malinconia di un ricordo, l’arida immobilità di un vissuto consumato.
Eppure, a noi pare che l’impegno profuso nel recupero di una memoria storica
non sia una pura esercitazione culturale, ma piuttosto un ricondurre noi stessi
ad una percezione del tempo fatta di passato-presente-futuro, in sequenza tra
loro. A costruire un cammino che ogni singolo percorre in parte, ma che la comunità
umana percorre totalmente. Un passato che è bagaglio di esperienza a
cui attingere, non certo per recuperare informazioni tecniche, ma per capire
gli ideali, le lotte interpersonali, lo “spirito del tempo” che
hanno condizionato l’affermazione o il naufragio di quella idea dalla
quale è scaturita, oppure no, una nuova conoscenza.
E scoprire, senza avvilimenti o eccessivi stupori, la ciclicità della
storia: ieri il generale Paolo Francesco Staglieno si inquietava per offrire
uno sbocco ai vini piemontesi, quando la meta dell’export era l’austro-ungarico
Lombardo Veneto, nel periodo di grande fermento risorgimentale per la nascita
degli Stati nazionali; oggi i nostri marketing-manager si pongono gli stessi
interrogativi e cercano soluzioni per affrontare il mercato, in un periodo di
formazione di grandi aree sopranazionali come l’UE, il NAFTA o il MERCOSUR
che partono da presupposti economico-commerciali, ma che racchiudono l’utopia
e il pragmatismo della condivisione di politiche e di culture.
D’altra parte le angosce, ma anche la volontà di lottare, dei politici
e degli studiosi del passato di fronte alle tre grandi avversità viticole
della seconda metà dell’800 (oidio, fillossera, peronospora) riecheggiano
nei convegni odierni dedicati alla flavescenza dorata.
Altre volte, studiare il passato, ci aiuta a riscoprire e a riconsiderare il
corso degli eventi, aprendoci prospettive e visioni nuove.
La più frequente divulgazione sulla storia enologica del Piemonte fa
risalire l’inizio dell’evoluzione qualitativa dei suoi vini all’incontro
di alcuni ricchi e nobili proprietari di tenute viticole (la Contessa Giulia
Falletti, il Conte Camillo Benso) con i saperi dell’enologo francese Louis
Oudart nel periodo 1840-45.
Anche Hugh Johnson, autorevole e seguitissimo autore anglosassone di libri dedicati
al vino, si è espresso duramente sull’abuso che il Piemonte ha
fatto del termine “tradizione” a sostegno delle proprie produzioni
enologiche, sottolineando come il rinascimento dell’enologia piemontese
fosse da attribuire ad un trasferimento in loco di conoscenze già note
in Francia.
Gli studi presentati da OICCE riconoscono a Oudart un ruolo di importante consulente
enologico (sebbene più interessato alla propria attività commerciale)
ma evidenziano la grande spinta tecnica e soprattutto ideale di Staglieno per
individuare e mettere a punto quelle conoscenze che consentissero di trasformare,
in vini dignitosi, le uve piemontesi che riteneva altrettanto valide (se non
migliori) di quelle prodotte in Francia.
Peraltro, vale la pena di ricordare che l’“Istruzione intorno al
miglior modo di fare e conservare i vini in Piemonte” è stata pubblicata
nel 1835.
È quindi una storia diversa, che ci propone un vino piemontese frutto
delle idee e delle convinzioni, ma anche dei fatti, di persone che in quel Piemonte
ragionavano nella consapevolezza dei propri mezzi e non quale risultato di una
semplice azione di colonizzazione culturale francese.
Un piccolo sapere che può illuminare di luce diversa anche la nostra
produzione enologica contemporanea. Forse ciò che sentiamo e che perseguiamo
è tutto qui: OICCE studia il vino di ieri per offrire meglio, con documentata
consapevolezza e conviviale cortesia, il vino di domani.