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di Moreno Soster
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Era stata una mareggiata ad affondare sottocosta la nave romana di Comacchio.
La sua discesa nei bassi fondali, il moto ondoso sulla battigia, ma anche il
progressivo avanzamento della linea di costa del delta del Po l’avevano
seppellita per 2000 anni. Nascosta con il suo carico, praticamente intatto,
di anfore di vino provenienti dalle isole greche di Cos e di Chios.
Si trattava di merce pregiata, destinata alle tavole di qualche ricco romano
del I secolo a.C., che ribadiva il ruolo centrale del vino nella vita sociale
dell’epoca e la ricerca di vini prestigiosi per sottolineare l’importanza
del convito.
Anche allora il trasporto del vino consentiva il trasporto delle idee. Perché
bere vino greco quando il territorio italiano, o meglio etrusco, era già
stato un importante produttore ed esportatore di vini? Probabilmente, ma non
solo, perché gli si riconosceva un valore legato ai luoghi in cui era
prodotto, che era la terra in cui erano nati e si erano sviluppati i contenuti
intellettuali degli usi del vino: dalla prassi conviviale nel banchetto greco
alla sua trasfigurazione mistica nei riti religiosi.
D’altro canto, gli stessi contenitori del vino commercializzato - le anfore
ed i vasi vinari utilizzati per la mescita - avevano a loro volta trasportato
la cultura manifatturiera ed artistica dei laboratori da cui provenivano.
La storia ci fornisce alcune chiavi di lettura di un passato che vede il vino
come prodotto importante del commercio sia per le sue proprietà merceologiche
intrinseche sia come vettore culturale di idee.
Penso che, a partire da questo approccio, sia opportuno fare alcune riflessioni
sull’attualità dei nostri vini, e sulla portata del loro significato
culturale, in un contesto storico ed economico moderno che offre nuovi spazi
ed opportunità commerciali.
Sappiamo che la produzione enologica italiana è tra le più rilevanti
del mondo. La varietà dei suoi vini, che si traduce in una elevata capacità
di differenziare l’offerta, è stata affiancata da una costante
crescita qualitativa. Su questi elementi di forza della produzione ha fatto
perno anche la fase commerciale, che tuttavia ha dovuto mettersi in gioco con
nuovi competitori estremamente aggressivi. Questi ultimi, oltre ad una attenta
programmazione produttiva e commerciale, hanno agito sui processi di comunicazione,
che stanno assumendo un’importanza centrale nella nuova organizzazione
del mercato.
Ma in questo ambito, il recupero di potenziale commerciale del vino italiano
a partire dal suo ruolo di vettore culturale può consentirci ottimi margini
di manovra.
Ritengo che, rivolgendoci alle principali aree di consumo del mercato globale,
sia necessario veicolare con il nostro vino anche quelle peculiarità
della storia, della cultura, dell’arte italiana che sono da sempre un
riferimento ideale per molti consumatori. Attraverso un paziente e puntuale
lavoro di comunicazione si potrà indirizzare il vino italiano sulle tavole
di tutto il mondo, giocando la nostra competitività non solamente sul
fattore prezzo ma portando a valore - nel vino - quel retroterra culturale che
ci è universalmente riconosciuto.
Naturalmente questo percorso, che appare intuitivo - e già in parte sviluppato
- per i nostri prodotti enologici di punta, deve essere esteso a tutta la gamma
di vini italiani.
Per muoverci correttamente dobbiamo essere consapevoli del peso rilevante acquisito
in questi anni dalla GDO - grande distribuzione organizzata - nell’orientare
i consumi: anche in Italia quasi il 70% dei vini a denominazione d’origine
sono venduti dai supermercati e negli ipermercati.
Nonostante i recenti buoni risultati dell’export di vino italiano sui
mercati più tradizionali (Nord Europa e USA), che devono essere mantenuti,
occorre comunque aprire nuove vie di esportazione verso mercati meno ricchi,
che tuttavia possono essere interessati al vino italiano che non sia offerto
solamente in termini di prezzo basso.
La nostra ricchezza culturale potrà tradursi in forza commerciale se
sapremo offrire dei contenuti culturali inglobati nel prodotto vino, che possano
attirare i consumatori sui nostri prodotti enologici senza determinare costi
aggiuntivi per la distribuzione.
Un cammino che può realizzarsi soltanto se cominceremo a pensare e ad
operare in un’ottica di sistema italiano coeso, in grado di portare al
mondo la propria cultura, anche vendendo una bottiglia di vino.
Per fare questo non ci si deve soltanto appoggiare al recupero di consolidati
stereotipi culturali italiani ma occorre interpretare, “con gusto italiano”,
nuove forme e nuovi messaggi.
Solamente così è possibile proporre una cultura viva che è
il vero contributo che ogni popolo può offrire alla crescita globale.
Una bottiglia di vino che diventa una bottiglia di idee. E nella storia sono
sempre le idee (buone) a fare la differenza.