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L'ANGOLO DELLA VIGNA
Lo studio del genoma nella vite |
Si è fatto un certo parlare negli ultimi tempi di studio
e sequenziamento del DNA della vite. È infatti notizia degli ultimi mesi
che una buona parte del genoma di questa specie, economicamente così
importante, è stata sequenziata, e una decodificazione completa sarà
disponibile in un vicino futuro. Poiché non sono molte le specie di cui
ad oggi si dispone dell’intera sequenza, e tra queste due sole piante,
il fatto è di per sé rilevante. Inoltre, viene spontaneo chiedersi
che cosa questo esattamente significhi, quale possa essere lo sviluppo della
ricerca e quali le ricadute applicative che avranno un diretto impatto sulla
viticoltura e sull’enologia.
Il genoma di un organismo è l’insieme del materiale genetico che
lo compone e che, come noto, contiene tutte le informazioni necessarie al suo
sviluppo ed al suo funzionamento.
È altrettanto noto che tale materiale è organizzato in lunghe
catene di DNA strutturate a doppia elica, i cromosomi, e che gli elementi base
di tali grandi molecole sono i nucleotidi. Questi ultimi possono contenere 4
diverse basi azotate e l’informazione ereditaria dipende proprio dalle
combinazioni della sequenza delle 4 basi lungo la catena: un ricettario, insomma,
scritto con le innumerevoli combinazioni di un alfabeto di 4 lettere in cui
i geni, le porzioni di DNA codificanti, sono le parole chiave. Sequenziare un
genoma consiste pertanto nell’individuare la precisa sequenza delle 4
lettere lungo tutta la catena. Nella vite tale catena è formata da circa
500 milioni di nucleotidi, organizzati in 19 coppie di cromosomi: un genoma
relativamente complesso rispetto ad altri che sono stati studiati, ma assai
più semplice di quello umano, con i suoi 3 miliardi circa di nucleotidi.
Il lavoro di sequenziamento, già in fase avanzata da parte di alcuni
gruppi di lavoro, procede in modo relativamente spedito grazie alla recente
applicazione di tecniche robotiche e bio-informatiche che permettono di ricostruire,
frammento dopo frammento, l’intera sequenza. Una parte dello studio è
focalizzato nell’affiancare alle cosiddette mappe genetiche delle mappe
fisiche. Le prime si producono cercando di localizzare geni o marcatori molecolari
(sequenze già note, che funzionano dunque come segnali) lungo i cromosomi,
desumendo l’ampiezza delle distanze tra di essi dallo studio dei caratteri
ereditati in una progenie ottenuta da due diversi genitori. Nelle mappe fisiche
le distanze non sono più probabilistiche, basate sulla probabilità
di ereditarietà, ma reali, ed espresse pertanto in migliaia di nucleotidi.
Le due mappe vengono poi “integrate” in modo che i dati genetici
(l’ereditarietà di un certo carattere) si possano associare ad
uno specifico tratto di DNA, cosa che permette in definitiva di localizzare
e studiare i geni di maggior interesse.
La decodificazione dell’intero DNA, pur fornendo un’incredibile
mole di informazioni per i genetisti, rappresenta però più il
punto di partenza che quello di arrivo nello studio del genoma.
Un vastissimo campo d’indagine in cui ci si comincia a cimentare anche
in vite è quello della conoscenza dell’espressione genica, ovvero
dei geni non tanto nella loro composizione strutturale quanto nel loro funzionamento.
Com’è noto, infatti, il gene viene prima trascritto (da cui il
termine di trascrittomica per definire lo studio di questi processi) nella molecola
di RNA e poi tradotto nella proteina finale che avrà la sua precisa funzione
(il cui studio si definisce proteomica).
Il sequenziamento del genoma mira a conoscere la posizione e la struttura dei
geni, ma la conoscenza della loro funzione, regolata in modo estremamente sofisticato
e complesso, è anch’essa altrettanto importante.
In generale, ci vorrà ancora qualche decennio prima che i prodotti di
queste ricerche, cui collaborano numerosi laboratori in Italia e nel mondo,
possano tradursi in ampie ricadute pratiche in viticoltura. Per qualche aspetto,
tuttavia, l’applicabilità non pare lontana: la possibilità,
ad esempio, di identificare (e brevettare) i cloni di vite all’interno
delle cultivar mediante il sequenziamento rapido di tratti chiave del genoma,
o quella di selezionare le numerose progenie ottenute da incrocio non più
in base ai caratteri del fenotipo (con tempi lunghi e costi onerosi per il fatto
che la vite è una coltura arborea dal lento sviluppo e lenta messa a
frutto), ma in base a caratteri genetici (presenza di geni desiderati o marcatori).
Sembra certo, però, che la conoscenza della base genetica di alcune resistenze,
ad esempio, o dei processi di maturazione, o della biosintesi di metaboliti
importanti per la qualità potrebbe cambiare il volto della viticoltura
e dell’enologia.